Dall’acqua proviene un fortissimo odore di terra

Non ci sarebbe niente di male
Se non che l’acqua in questione è nella plastica
Ed io non ho mai tempo per sentire.
Mi chiedono di stare a contatto con le emozioni
Un po’ come poggiare l’orecchio sul binario bollente
E ascoltare l’avanzata di trecento cavalli al galoppo
Mentre al binario le mie mani sono incollate e sai,
Conosco modi migliori per impiegare le lenzuola
Stendere al sole i miei pensieri
Ma io non ho emozioni belle.
Io so abbassare il volume
Fino al brusio indistinto eppure
A volte la manopola scompare
Ed il cielo si riempie
Di fragore
Eccessivo.
Ho appena assistito ad una casa col tetto
Scoperchiato ed ho pensato: allegorica.
Volevo dirti che all’aeroporto
Mi hanno strappato l’anello
Ma la verità
È che gliel’ho consegnato io
Insieme a due bracciali,
Ciondolo libellula,
Quattro orecchini
Altri tre anelli
Ed un orologio da polso
Con i numeri romani sbagliati:
Uno sconsiderato atto
Di fiducia.
Volevo dirti:
Non alzi il nasino all’insù
A contemplare la pioggia
Se ogni goccia è corrosiva
E se per ripararti
Un ombrello non basta.
Volevo dirmi: il problema
È che pensavo
Di essermi
Fidata
E invece
Era una
Resa.
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Andate a capo quando lo dice il mare

Voi,
Con le vostre
Poesie merlettate
Le parole altisonanti
Le vostre preziose scelte
Linguistiche
I luoghi
Su cui sbavate copiosamente
Che non avete mai sfiorato
E quelli di cui vi narrano
La sera al telegiornale
La vostra finta compassione
L’empatia elargita come riso
Nemmeno foste a un matrimonio
Tutti i nomi che mettete in tasca
Dalle serie TV americane
Le rime
Le assonanze
E tutta quella roba lì,
Prendete i vostri
Più squisiti
Endecasillabi
E ficcateveli tutti su per il
Naso,
Tirate forte
Come con i like di cui vi adornate
Il cont’amici di Facebook
I contatti che più contano
Gli status lacrimevoli
O divertenti
Quelli sensazionalisti
Finti come la Peste
Quando fingete di averlo letto,
E tutti i libri più finti
Che invece avete letto.

 

Voi,
Che credete di sapere tutto
E invece vi date le spalle
Strillando sordi ad occhi chiusi
Dalle sedie su cui vi inerpicate
Fate silenzio
E per una volta,
Prendete esempio dai Fiori
Dall’Alberto che Dubitava
Da Vittorio, quello Randagio
Andate dove vi scorre il sangue
State fermi due minuti
A sentire cos’hanno
Da dire
Vene
Arterie
E capillari

 

Perché se è vero che “leggersi
È guardarsi allo specchio”
Il vostro specchio di voi
Non rifletteva che gusci
Ed io di voi stasera
Non ho visto 
Niente
 
(Quanto a voi altri
Che mi siete arrivati
Dritti come razzi
Nella notte meno stellata:
Grazie per i nomi
e per tutto quanto)

Degli echi dentro

13 anni fa. molto è cambiato, ma questo no.

Kira A

Io non sento agnelli che belano. Io sento bambine che piangono.

Bambine che sono state in silenzio troppo tempo. Bambine che prima ancora di essere messe via, hanno riposto i loro occhi in sacchetti di velluto, affinché mai più inavvertitamente li usassero. E poi si sono addormentate. E hanno dormito per anni e anni. Di sonni senza sogni. Di sonni senza incubi. Sonni solo vuoti.

Io non sento bambine che piangono. Io sento bambine che si stanno risvegliando.

Bambine che stanno versando ora tutte le lacrime tenute prigioniere dentro di sé e i singhiozzi soffocati sottopelle. Bambine che stanno ricominciando a vedere, con rigenerate iridi. Bambine che piuttosto che non sognare hanno deciso di non riaddormentarsi più.

Io non sento bambine che si stanno risvegliando. Io sento bambine che ricompongono mosaici.

Mosaici che posti l’uno di fianco all’altro formeranno la figura di un ponte. Che la verità sarà il ponte…

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closer

Kira A

io e i miei centosessantadue centimetri di altezza ce ne andiamo a spasso, è notte, e nessuno potrà udirci, quando, fisseremo incantati lo spillone nero, che riposa sopra i merletti, che sta immobile come svenuto, e la chiave, lì a fianco, e la nonna che tossisce, nascosta dalla porta

guarderemo nello specchio per chiamarci, batterci un colpetto sulle guance, appigliarci, con gli uncini nella pelle,

puoi sentire?
l’odore pungente del ferro, amaro, puoi sentire?
tutto si riempie di morte, senti?

come sangue che ti gocciola giù dal naso, come alzare la testa verso l’angolo del soffitto, e appendersi, come mettersi nei panni dell’angolo e guardarsi, guardarsi esposti in una misera preghiera, nel grido appena esalato, uncini sotto gli occhi, nel rosso impallidito, asciutto, nausea tutt’attorno. nella mano aggrappata allo specchio, che scivola, come dita che scivolano, come stomaco che si piega, come contrazione sofferta, come il pavimento che chiede, come…

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numero atomico otto

I.

ecco dovevo accendere la luce
per far girare meglio l’ossigeno
e guardarmi attorno con aria disorientata
mentre nemmeno un muscolo di me si muove
è solo l’ennesimo esercizio di stile.
le mie persone sono distanti scomparse andate
in posti al contrario di se stessi, con strade
illuminate da biciclette in azione
e piccoli suoni improvvisi.
tu perdonerai l’urgenza dei polmoni
l’insistenza delle dita che premevano
alfabeto: le avessi viste ieri
fendere morbide lo spazio vuoto
nell’immobile intento
di attenuarmi i polsi
capiresti dell’abisso
le circostanze.

(ero tornata nel sistema
dentro ai miei muri armati
e non muovevo niente)

 

II.

il pigiama di rosa profondo
ha l’odore di sette giorni
in riva al tuo letto
e il mio cervello
ancora non si abitua.
tu sei nella gabbia contenuta
io sento i tuoi passi, io
scatto corro a raccoglierti
ma tu sei negli strati
non puoi andare oltre
e se smetto di guardarti
emergerai da una nuvola.
così ogni giorno cucio
e ricucio con ago e filo
di parole domande e nomi
ti tolgo alla polvere
peccato nessuno
mi abbia insegnato
a piangere in differita.

(ero stata lasciata al sole
troppo a lungo, dunque
mi ero sbiadita)

 

III.

lascio le poesie
a decantare lungonotte
e intanto l’estate mi investe
e mi ignora. tu mi riempi di gesso la bocca
e poi ti domandi perché non parlo.
sono tutti al sicuro dentro
le loro ceste
e so che aggrapparsi
non è mai una buona idea.
dovrei smetterla di trascinarti
nel fondo delle poesie:
toglierti la terra di dosso
sta diventando faticoso.

(ma dammi le linee
ai colori ci penso io
che non riesco a saziarmi
più di così)

dispnea

affidabile
come chiedere ad un pulcino
quando meglio attraversare la strada.
svegliarsi
da sogni popolati da perfetti anziani
con la sensazione di trovarsi alla festa di compleanno
di qualcun altro, non invitati
perennemente svegliarsi
così.
cercare
l’uscita d’emergenza
una porta qualsiasi
possibilmente dotata di maniglia
con gli occhi che intanto riposano sulla scrivania, dunque
distinguere
il sogno dal reale solo perché nei sogni
non si è mai miopi.

e intanto
il ghiaccio continua a chiudersi.

accatastare
piatti e padelle sul lavandino
spazzatura sotto e vestiti
nella stanza di riserva:
se non mi dimentichi
è per accumulo.

1924

Va bene se sto qui?
Certo, apri gli occhi, sei nel tuo letto, nella tua camera, puoi dormire.
Va bene.
*
Non sapevo dov’eri finita. Ti ho chiamata, non hai sentito. Forse non hai chiamato forte abbastanza. Forse. Dove stavi? In camera mia. Voglio venire dove stai tu. E che vieni a fare, stai qua, dormi. Rimango un po’, ti faccio compagnia? Sì. Dormi? No, non dormo se tu sei qui vicina. Allora vado via? No.

E mi prende le mani come fossero fili.

*

Negli ospedali non ci sono specchi nei bagni:
I riflessi diverrebbero mucchi di carte
Disfatte all’istante sul pavimento.
Negli ospedali le persone rispondono “speriamo” a
“Ci vediamo domani”.

In questo ospedale, lei mi stringe la mano come fosse d’acqua tiepida.
In quest’ospedale, lei ripete “via, via, con te!” indossando
Luce sulla bocca, argento negli occhi
Mentre si tira su per allungarmi la manica.
In quest’ospedale, lei dice che ha freddo, fa una pausa
E poi aggiunge: “vicino a te ho caldo”.

Poco prima di questo ospedale, ho pregato di guardarti
Guardarmi senza specificare
Che doveva essere con entrambi gli occhi.

Dentro quest’ospedale, hai dimenticato
I nomi propri nell’armadietto delle coperte.

giugno

lei è come l’inverno nell’incarto delle caramelle
e lui ritiene di avere la data di scadenza
da qualche parte fra le scapole.
non ci sono gli specchi nei bagni
degli ospedali e non esistono più gli
orologi a lancette. nelle
poesie i gatti e l’ikea persistono
ma subentrano galassie
costellazioni e nebulose. lei
si interroga sul significato dell’etichetta, lui
si muove solo e soltanto in cerchi. non
ci sono specchi perché nessuno
esisterebbe al confronto.
da quando non senti
ticchettare la notte?
la ruggine smise di essere
un fenomeno, per divenire un
concetto astratto. lui vuole sapere
quando avrà fine, per questo desidera
leggersi la schiena. certe famiglie
sono contratti privi di termine, a cui
ti vincoli col cordone ombelicale.

The day you decided to be turned into my ghosts

I was not too surprised.
In fact, I had just been extracted from my princess’ womb
When she decided to move into her beautiful head
Leaving me screaming, bleeding and naked
To the arms of a boy who hadn’t learned yet
The proper way to choose me.

The day you decided to be turned into my ghosts
I had realized for a long time that trust was my unicorn
So I knew exactly what to do to survive you
While inhabiting the same walls:
You were immaterial and you wouldn’t even notice.

The day you decided to turn me into a ghost

I desperately needed to be held to your chest.
But you were washing dishes, cleaning your duties
So you allowed me to only hold onto your shin.
I still recall the feel of your stockings
Against my cheek, your apron
Brushing against my hair, I still
Wear the scar, caress the damage 
Look at the hole you dug into my voice.

The day you decided to turn me into a ghost
I was three and quite busy in the process
Of teaching myself the difference
Between love and winter.